Un tuffo nel Mar Nero

Siamo noi il limite ai nostri sogni!

Venti anni, una forte carica, molta curiosità, la voglia di vedere il mondo, il sogno di tufarsi nel Mar Nero. Con un buon compagno ci avventuriamo a bordo di un'utilitaria ed in 15 giorni percorriamo: Grecia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria. Rientriamo in patria esausti ma felici




Sono convito che se la mia gioventù non fosse stata costellata di viaggi, a volte pericolosi, oggi non avrei maturato questa passione sfrenata per l’avventura.
Nel 1998 con Emanuele decidemmo di farci un bagno nel Mar Nero, consapevoli che un tuffo in questo mare sconosciuto sarebbe stato il motivo che ci avrebbe portato a compiere un’impresa ben più grande. Raggiungere via terra la costa rumena non fu tanto semplice, una sosta di sette giorni ad Atene, in compagnia di vecchi amici, ci costò assai cara. Per lui una congestione, per me un ricovero in ospedale. Dopo un’esperienza simile, devo ammette che abbandonare il territorio europeo mi stava mettendo un po’ di paura, consapevole che una volta varcata la frontiera non avrei più potuto contare con un’adeguata assistenza medica. La Bulgaria ci sorprese, eravamo preparati ad affrontare strade dissestate ma non avevamo calcolato la possibilità di dover leggere indicazioni in cirillico. I suoi paesaggi erano sorprendenti ma la cosa che più ci colpì era come queste persone ad un passo dall’anno 2000, potessero ancora vivere in case fatte di paglia e fango. Ci bastò un giorno di viaggio per raggiungere Mangalia. La Romania, in questo caso la zona costiera, aveva un aspetto molto europeo, anche se nelle strade che di lì a pochi giorni ci condussero a Sighisoara non mancarono le occasioni per vedere l’altra faccia di un paese che al suo interno si rivelava in tutta la sua povertà. Attraversando Ungheria e Svizzera raggiungemmo di nuovo la nostra amata Italia. Casa dolce casa!
Uomini al lavoro (Bulgaria)
Mi ricordo che in quelle strette e disconnesse strade del sud della Bulgaria, in quel caldo e soleggiato giorno di agosto, dovemmo rallentare la corsa della nostra auto, la quale in quanto a velocità se la giocava sicuramente anche con le più potenti auto della polizia locale immatricolate molto probabilmente nell’anno 1960. Questo rallentamento ci fu segnalato da un uomo che a torso nudo e con un piccone in spalla stava attendendo il suo turno per mettersi al lavoro. Lo vedevo accaldato sotto il cappello e di certo l’enorme pancia non lo aiutava a muoversi agilmente. Anche se distante da noi qualche metro, potevo vedere delle gocce di sudore scivolare dai suoi folti baffi, un unico interrogativo: come poteva aggiustare una strada disseminata di buche con un piccone? Avanzando qualche metro non mi fu difficile capire. Quegli uomini stavano pazientemente togliendo a colpi di piccone tutto l’asfalto che a causa delle piogge invernali e le successive gelate, si era staccato dal manto stradale, per poi, altrettanto diligentemente riempire queste buche con nuovo asfalto. Con Emanuele ci guardammo sorpresi e forse in ognuno di noi balenò un pensiero nella mente: “Quando avranno completato tutto il manto stradale, dovranno iniziarlo daccapo!”
La pancia di un bambino (Romania)
Ci sono delle immagini che non se ne andranno mai dalla memoria, foto impresse indelebilmente nella nostra mente che ci fanno riflettere molto sul significato ed il valore di ciascuna vita. E’ vero, la Romania nel ’98 era molto più povera di quanto non lo sia ora, ma sebbene nessuno “statisticamente” stesse morendo di fame (se tu mangi due polli ed io nessuno statisticamente ne abbiamo mangiati uno per uno!) c’era chi viveva, al disotto della soglia di povertà. Quel giorno ci trovavamo in visita ad una fabbrica che produceva mattoni in terracotta, era bello vedere questa gente intenta al lavoro, ammirare l’attenzione che dedicavano ad ogni piccolo dettaglio che avrebbe fatto di un semplice cumolo di argilla un resistente laterizio, ma più che mai colpì la mia attenzione una baracca al lato di questo edificio, una casa senza porte né finestre, solo quattro pareti a delimitarne il perimetro, ed il mio occhio non tardò ad entrare in quelle stanze e vedere la miseria di questa gente. Proprio mentre me ne stavo andando, immerso nei miei pensieri, vedo uscire un bambino, avrà avuto tre anni; rimasi impietrito nel vedere la sua bocca circondata da una fitta nube di mosche, la sua pancia gonfia come mi era capitato di vedere nei soli documentari africani. Questo piccolo uomo a piedi scalzi si stava avvicinando ad un bagno posto nel giardino e fatto di lamiere. Una cosa più che mai mi commosse, i suoi occhi ed il suo grande sorriso che andavano oltre ogni difficoltà!
Cambio di moneta (frontiera Rumeno-Ungherese)
Negli anni ho maturato un sesto senso nel riconoscere dagli occhi la bontà e la malizia di certe persone, c’è da dire che non si finisce mai di imparare, ma se oggi ho affinato questo attento radar lo devo pure ai tanti spiacevoli incontri avuti nei miei viaggi. Quella domenica eravamo pronti per superare la frontiera ed entrare in Ungheria, una fermata alla pompa di benzina e poi via. Proprio mentre stavamo per partire ci si avvicinano due uomini con una spiccata fisionomia nordica, capelli biondi, occhi chiari e ci chiedono un favore: “poiché le banche la domenica sono chiuse non ci potreste cambiare i soldi?”. Loro avrebbero accettato anche una piccola remissione pur di avere il contante necessario per rientrare in patria. Dopo varie trattative, Emanuele accetta mentre io rinuncio a questo affare, ma comunque gli do il mio consiglio: “Attento!”. Nel momento esatto in cui sta per eseguire lo scambio, il nostro amico tedesco gli dice che ha aggiunto qualche Leo (la moneta rumena) per pagargli la commissione. Merito ad Emanuele nel dubitare, la sua titubanza gli è servita a smascherare questo impostore che facendogli credere di avere messo il Marco (moneta tedesca) sotto la moneta rumena, se lo era invece ripreso ed era ora pronto ad intascarsi i suoi dollari. Che avventura!


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Riccardo Agostini per EmozioneAvventura

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